Corriere della Sera, September 24, 2013

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Elvis Costello, quattro Beatles in uno


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  Luca Bottura

Il Calimero che volle farsi rocker esce con un nuovo cd. Magnifico, anche se è meglio quando i Roots non ci sono

Riguardo a Elvis Costello mi sento sempre un po’ come il direttore di Studio Aperto davanti a un videomessaggio di Berlusconi: lo riascolterei sempre, in loop, ammirando ogni singolo frame, perché lo considero un genio assoluto, intangibile, spettacolare, eterno e anche un bell’uomo. Nato a Liverpool, Elvis è i quattro Beatles in un corpo solo, ancorché ordinati in modo esteticamente discutibile. La follia quasi teppistica di John, con quello pseudonimo che abbina The Pelvis e Lou Costello, comico italoamericano degli Anni 50. La soavità di Paul, del quale il papà Day incise in italiano una curiosa versione di The Long And Winding Road, e col quale lui, Elvis, scrisse la travolgente Veronica. L’estro dell’esecuzione di George. Il volto inadeguato di Ringo. L’inadeguatezza, ecco. Elvis è il Calimero che volle farsi rocker, l’estro cristallino che è sempre rimasto a un millimetro dalla consacrazione planetaria, dalla devozione incondizionata. Popolare, amato, ben voluto, è una rock/popquasistar. Almeno nei numeri – importanti, comunque – ché la sua musica è invece definita, eclettica, spesso geniale.

Scarpette rosse. Ce ne sono ovunque, in ogni branca dell’arte, di talenti così. Pensate al cinema, al nostro Maurizio Nichetti, al suo Stefano Quantestorie e a quella meraviglia di sceneggiatura. E a tutti gli altri – molti – suoi film di livello eccelso, che ebbero riscontri alterni e ora se ne stanno lì in attesa della rivalutazione. Pensate a Cristicchi e alla sua musica. Ha vinto un Sanremo, scrive di follia come pochi altri. Accosta parole con grazia e ironia. Poi un bel giorno scrive una parodia di una canzone sull’estate ("L’ombrellone te lo ficco nel c…") contando sul senso dell’umorismo dell’italica platea. L’hai più sentito, te? Anche Elvis pestò la sua bella dose di materiale organico, sul finire degli Anni 70. Ubriaco, se la prese con Ray Charles e James Brown buttandola sul colore della pelle. Finì al centro della terra, indossò le scarpette rosse donate dagli angeli, risalì. Bacharach, Chet Baker, Brian Eno. Non sapevi, ancora non sai, se facesse collezione di collaborazioni o fossero gli altri ad adornare il proprio diadema (non sempre, a volte anche un po’ di bigiotteria) con la perla del Merseyside. Siccome però la classe è un po’ come il fiume Mersey, appunto, a volte sceglie luoghi curiosi per manifestarsi, tipo la periferia di Liverpool, il mio idolo continua a scegliersi compagni di strada diversi come se non ci fosse domani, come se dovesse contaminarsi e contaminare tutto il contaminabile. Persino l’hip hop. Ecco, chi avesse la sventura di leggere queste righe (ricordatelo: compitate da un orecchiante di musica: ne so quanto Bersani ne sa di giaguari) sa che per l’hip hop provo la stessa fascinazione che il direttore di Studio Aperto ha per Matteo Renzi. Cioè lo trovo in linea di massima pretenzioso, inutile, privo di fascino, e quindi non ne parlo mai.

Poi Elvis ha scelto di fare un album coi Roots, Wise Up Ghost, ed eccoci. Dunque… ecco. Vi ho già parlato di Liverpool e dei Beatles? Ah, sì. Ok: quella di Cristicchi e Nichetti l’ho usata? Ah, fatto. Ho ricordato Chet Baker? E quella di Ray Charles? Ho capito. Quanto manca alla fine del pezzo? Poco? Phew… Ecco, mo’ lo sento: Walk Us Uptown è un signor pezzo, però sembra una canzone di Elvis Costello ascoltata in treno con un tizio a fianco che tiene le cuffiette troppo alte. Poi però deve averli cacciati dallo studio, i Roots. Si spiegano così Tripwire, una ballata meravigliosa, If I Could Believe (lì doveva essere entrato direttamente Bacharach) e, in generale, un nuovo, magnifico, album di Elvis Costello che anche i Roots devono aver ascoltato con grande soddisfazione. Li ringrazio molto.

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Corriere della Sera, September 24, 2013


Luca Bottura profiles Elvis Costello and reviews Wise Up Ghost.


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