Il Mucchio Selvaggio, January 1983

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Mucchio Selvaggio

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Elvis Costello

Un Professore di Scienze Pazzo

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   Maurizio Bianchini

Ho sottoposto la pazienza del lettore alla lunga prova di queste citazioni per un paio di ragioni che mi sembrano decisive: introdurlo subito alla molteplicità e alla complessita degli aspetti che definiscono il personaggio Costello e rendere meno traumatica l'affermazione seguente, e cioè che di tutti gli eventi musicali che il fatidico anno di grazia 1977 ha attivato, quello del sig. Declan Patrick McManus, in arte Elvis Costello, è stato senz'altro uno del più importanti e produttivi, almeno guardando la cosa controluce nel tempo.

Quanto alla prima questione sollevata: della complessità, della inquietudine e dalla ricchezza di motivazioni dell'esperienza Costello fanno testo non solo le dotte opinioni più sopra riportate, quanto soprattutto le vicende delle quali ora l'uomo ora l’artista sono stati protagonisti, non sempre gradevoli e non sempre graditi. Antipatico e disarmato, accattivante e provocatore, animatore del RAR (Rock Against Racism) e razzista, nemico dichiarato del rockbiz ed implacabile amministratore della propria "impresa artistica", singolarmente attento agli umori del pubblico e in grado di calpestarne le attese senza pietà, chiuso aIle pretese della stampa, ma sempre pronto all'appuntamento decisivo, all'intervista giusta al momento giusto: non si puô dire che Costello lasci nulla di intentato nel rendere più ardua che sia possibile la strada di chi vuole seguirne l'evoluzione artistica e la vicenda umana. Memore forse della massima di Flaubert — il tipo è di letture più vaste di quanto si dica in giro — secondo la quale quella di un uomo felice e soddisfatto è una storia stomachevole da raccontare, eccolo deciso a far venire il fiatone a chi avesse in animo di stargil dietro. Come? Venendo sistematicamente meno alle richieste di chi vorrebbe trovare in lui qualcuno dei cliché con cui si fabbricano le stelle del rock, del tipo Bello - ma - Dannato o Perdente - Oggi - ma - Vincitore- Domani o Voce - di - una - Generazione - Perduta o chissà Cos'altro.

Lui è un po' tutte le cose insieme, ma senza un filo di retorica, e con tanta determinazione, tanta rabbia in corpo e tante idee in zucca da rendersi del tutto improponibile come "rock star". Che è condizione per la quale mancherebbero nel caso i requisiti minimi, 'la physique du rôle' schiacciata com'è la sua figura tra l'immagine di un Buddy Holly col sussidio di disoccupazione e quella di un impiegato di banca afflitto dalla forfora e dall’eccessiva sudorazione.

Per amore o per forza (propenderei per la prima ipotesi), Costello resta così, com’egli stesso ebbe una volta a rivendicare con orgoglio, un musicista e un autore di canzoni, merce più rara di quanto comunemente non si creda nel mondo del rock.

E quanto all’altra quesitione cui s’era più sopra fatto riferimento: “or che si tacciono le voci / e pacati appaiono I clamori” (Carducci? Pascoli..) il Nostro ci appare sempre più come una figure central del rivolgimento sonoro targato 1976/77, interprete magari anche di malesseri contingent e “generazionali”, ma anche e soprattutto artista in grado di dare loro voce e spessore estetico, di tradurre in proposta musicale autonoma ed attiva una (sub) cultura deel rifiuto, della protesta fine a se stessa e, infine, dell’apatia e dell’imponenza.

Costello ha reso adulto il punk, catturando alla sua rabbia, alla sua impazienza e alla sua elementare forza espressiva, le più smaliziate risorse sonore della pop music. Può stupire i punkisti più attardati e mentalmente disturbati, quelli che ancora condividono l’abusato pregiudizio che per fare musica “nuova” si debba innanziutto non saper suonare, ma ciò che consente ancora a tanti gruppi di guastatori scoppiati di arrivare ancora in sala di incisione è la speranza, riposta ma diffusa, che dietro la pratica un poco monotona di pestare gli strumenti senza pietà, riesca alla fine a farsi largo una qualche pallida idea del come trattarli seguendo le modalità d’uso. Ché altrimenti il punk e l’intera new wave sarebbero in qualche manuale di archeologia sonora.

Riunendo insieme i due corni della questione si ottiene dunque come risultato finale l’immagine di un artista originale al punto di essere uno specchio significativo del nostro “tempo musicale” e di esso interprete così completo e spigliato da suonare irresistibilmente personale.

P.S. Non ci sarebbe Costello senza il “nuovo rock”, é vero: ma anche il "nuovo rock" sarebbe un altro senza Costello. Magari più facile da tenere a mente, ma certo più povero. Irrimediabilmente più povero, vorrei dire, quasi quanto il “rock di strada” senza Springsteen.

Tutto comincia nell’Inghilterra degli anni ’50, sprofondata fino al collo nei problemi di un difficile declino post-industriale e di una crisi economica strisciante ma implacabile; gli anni, per intenderci, dell’opaca speranza laburista. Qui, e precisamente nel sobborgo londinese di Twickenham, noto per la sua squadra di rogby e poco più, di un umido chiarore, secondo le regole della casa, Declan Patrick McManus, figlio di Ross McManus, immigrato cattolico dell’Ulster, figlio a sua volta di un musicista nord-irlandese emigrato in Usa dopo il fallimento della rivolta del ’16. Taccio il resto delle emigrazioni, umiliazioni familiari ecc., che sono patrimonio comune e troppo lungo a dirsi nei particolari delle genti irlandesi tutte.

La madre del futuro Elvis Costello proveniva invece da una zona operaia (“blue-collar”) e multi-razziale di Liverpool e al figlio fece dono soprattutto, così dice la storia, di una solida coscienza democratica e di un certo fondo di tolleranza, nonché del suo cognome d’arte. A Liverpool Costello si trasferì alla fine delle scuole superiori, musicista “in pectore”, ansioso di trovare la sua strada ed avido di esperienze e conoscenze che gli aprissero le porte dorate del rockbiz.

È cosa questa che il giovane Declan aveva chiara fin dagli inizi: fare belle canzoni e avere successo, nessuna delle due cose da sola, ma tutte e due insieme e nello stesso tempo, non importa a quale prezzo. Di questa solida e sicura conoscenza delle “regole del gioco” (“non si può dire fino in fondo ciò che si vuole se non si ha successo, ma è difficile avere successo se si dice fino in fondo ciò che si vuole”) il buon Elvis deve propio a suo padre gli elementi primi. Ross McManus è stato infatti per anni cantate e trombettista nell’orchestra di Joe Loss, l’equivalente inglese di Glenn Miller ed ha poi continuato come cantante solista, soprattutto nel giro dei pubs inglesi, con una attività basata prevalentemente sulla riproposizione di hits di ascendenza beatlesiana e psichedelica.

A 16 anni, dunque, Costello è a Liverpool, ma non lascia Londra prima di avere conosciuto Mary, la sua futura moglie, figura da non sottovalutare per un tipo determinato e con la testa sulle spalle come lui. Gli altri grandi amori di questo periodo, destinati comunque a non perire nel temp, ed a pesare sulla sua evoluzioni e musicale, sono il jazz, la country music, qualche scampolo di musica nera, Dusty Springfield e Joni Mitchell.

È a Liverpool, in ogni caso, che Costello apprende i primi rudimenti del mestiere, diventa musicista semiprofessionale (nel Paese dei Bonzi e degli Amintori, e cioè da noi, si dice, chissà perché, “semidilettante”) ed entra in contatto con un personaggio destinato a grossi sviluppi futuri, Nick Lowe, allora nel gruppo di Brinsley Schwarz. A 19 anni, secondo un uso né comune, né troppo apprezzato per i canoni rockistici correnti, il ragazzo si sposa e passa a prolificare con insospettata sollecitudine. Mary e Matthew, il rampollo di pronta fabbricazione, entrano così a far parte di quel che sembra, nonostante le riddote proporzioni, un vero e proprio clan latino-irlandese. Sistemate le questioni familiari e chiarite le prospettive esistenziali, l’uomo è pronto a lanciare al mondo la sua sfida anche se per il momento accetta, pur di sopravvivere e sbarcare il lunario, di lavorare come “computer-man” alla Elizabeth Arden di Avon, la holding di cosmetica e quattrini che Costello ribattezzerà poi, con la rabbia dei ricordi mal digeriti, la “fabbrica delle vanità “.

Forma un gruppo di country rock (ma altri dicono di blue-grass) dagli indefinibili contorni è dale incerte prospettive, i Flip City, con i quali diviene “home band”, del (poi) celebrato Marquee di Londra. Nel frattempo cominicia a spedire nastri dimostrativi, regolarmente ignorati, alle etichette maggiori. Pur di non lasciare nulla di intentato, secondo un modello di testarda applicazione che non lo abbandonera neanche in seguito, arriva a suonare qualche pezzo dimostrativo finanche a boss disattenti, che ascoltano dallo spiraglio al telefono le virtù della cotoletta di agnello alla menta.

Quando è ormai allo stremo, con un occhio rivolto agli ordini del personale della E. Arden, riesce a leggere con l’altro occhio libero l’annuncio di una nuova casa discografica, la Stiff, alla ricerca di talenti sconosciuti. Come nelle storie magliori, il destino entra in scena, all’ultima chiamata.

Il tape di Costello è il primo ad arrivare alla Stiff. Qualche giorno di riflessione in attesa di alter proposte di passagio in ruolo da artisti incompresi a geni riconosciuti è tutti alla Stiff (vale a dire soltanto il factotum Jack Riviera), di fronte alla merda fumante arrivata a palate, realizzano che l’occhialuto di Twickenham è decisamente un’altra musica.

La Stiff costituiva ahora un qualcosa di unico nel panorama in movimento delle case discografiche, sottoposte alle prime avvisaglie della «nuova ondata». La sua idea, il suo marchio e la sua ragione sociale erano state pensate e messe in opera da un eccentrico signore, Jake Riviera, al secolo Andrew Jakeman, professionista di cose musicali, non a digiuno di tecniche della comunicazionc di massa e fermamente interessato a fare delle nuove forme di espressione musicale anche — ma certamente non solo, come diranno poi i maligni — una consistente fonte di reddito. La sua filosofia era in fondo semplice: liberarsi degli apparati immobili ed elefantiaci dette labels maggiori (non riconoscerebbero la buona musica nemmeno se li prendesse a morsi in culo»), ma senza per questo condividere in alcun modo la scelta «minoritaria» delle etichette autogestite.

Altrettanto semplici erano i suoi immediati intendimenti: creare una struttura agile, efficiente, giovane, in grado di pescare con mano felice tra la marea di personaggi emergenti quella mandata di artisti in grado di assicurare alla compagnia uno sbocco di mercato e la possibilità stessa della sopravvivenza. Se si scorrono i nomi di coloro che alla Stiff approdarono allora in cerca di fortuna, si noterà che il vecchio Jake aveva quella che si può dire, seguendo l’uso, una «mano fatata»: G. Parker, Costello, Wreckless Eric, Damned, Dave Edmunds, Ian Dury, Nick Lowe, sono soltanto alcune delle carte vincenti uscite dal cilindro Stiff.

Preceduto da un paio di 45 giri, tra i quail il famigerato «Less then Zero», ispirato dal disgusto per un’esibizione televisiva del neonazista inglese Oswald Mosley, esce nell’agosto del ‘77 il primo album ufficiale di Costello My Aim Is True.

Si tratta già di un’opera sicura, che sfugge al comune dilemma degli esordi: esaurire tutte le proprie energie migliori in un disco atteso troppo a lungo o pagare l’emozione fino al punto di lasciar soltanto intravvedere le proprie future possibilità. Non è il caso di My Aim, che si presenta subito come un edificio perfettamente compiuto e definito in ogni sua parte.

Col supporto di una band dal passato country rock, i Clover, Costello appare in grado di catturare lo spirito dai tempi e la qualità del suono nuovo, ma come collocandone le asprezze e le rabbie in un più fluido e gratificante contesto musicale. Del fascio di programmi e di proposizioni dell’esperienza punk, egli accetta fino in fondo soltanto l'idea dell’autodeterminazione del controllo del proprio operato artistico, non certo quella di un uso distruttivo e in qualche modo terroristico del mezzo musicale.

My Aim è anche importante perché ci offre il destro di far la conoscenza con quello specifico «modulo Costello», che è un po’la spina dorsale del modo d’agire artístico del signor McManus: canzoni brevi e perfettamente concluse in se stesse; piccoli e perfetti microcosmi sonori di due/tre minuti, che esauriscono nello spazio corto le possibilità emotive e narrative di una storia; veri e propri romanzi brevi che rivalutano portentosamente l’arte dl scivere pop.


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Il Mucchio Selvaggio, No. 60, January 1983


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