Repubblica, August 25, 2014

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Elvis Costello, 60 anni di rock: "Le trappole da evitare? Andare indietro nel tempo"


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   Paolo Russo

L'eterno ragazzo “nato vecchio incazzato” spegne 60 candeline: dal debutto, nel 1976, il cantante inglese non ha mai smesso di sperimentare: passando indenne le stagioni della musica, dal post punk alle collaborazioni con il mondo dell'hip hop. La prossima fermata? A novembre con i "New Basement Tapes", per mettere in musica i testi di Dylan

La musica, si sa, mantiene giovani. Basta guardare Bob Dylan, i Rolling Stones, Leonard Cohen o Caetano Veloso. Ma fa lo stesso uno strano effetto realizzare che Declan Patrick MacManus il 25 agosto compie sessant’anni. Per chi scrive almeno, è un po’ come se fosse accaduto tutt’a un tratto, come se la conta del tempo fosse divenuta per l’irlandese di Londra un trascurabile dettaglio. Cosa che invece, ovviamente, non è stata. Ma la genialità inesausta e onnivora di questo eterno ragazzo “nato vecchio incazzato” ha trasformato i quasi quarant’anni della sua ricerca in un turbine di avventure e scommesse in technicolor. Giocate, come David Bowie ad esempio, con raro senso del rischio, puntualmente fregandosene dei diktat ell’industria discografica, percezione della critica e pretese degli ascoltatori. D’altronde lo disse subito: “Non sono qui per fare incazzare le persone ma per disorientarle ogni volta che posso”. Così il ragazzotto nevrotico e aggressivo che voleva per forza vivere della propria musica scoprì, dopo aver debuttato a sorpresa - già famoso - nel 1992 sul palco del Brodsky Quartet, quanto contasse saperla leggere a vista e scriverla meglio. Detto fatto, subito dopo si mise a studiare. Con l’entusiasmo d’un ragazzino. Mentre il sensibilone epilettico che nel dicembre 1977 se ne andò sbattendo la porta dello show tv più amato d'America, il Saturday Night Live, dopo aver suonato la dagli autori proibitissima perché antiamericana Radio Radio. Per mettere, sedici anni dopo, in splendida musica con archi, le lettere che da tutto il mondo ogni anno arrivano a Verona per Giulietta Capuleti.

Il punk anarchico, papà Bacharach e i Roots. Ancora, che dire dell’anarco-individualista punk che a fine anni Settanta da Chelsea non intendeva neanche passarci, finendo poi per omaggiare con Painted from Memory, del 1998, l’abbagliante eleganza borghese di Burt Bacharach? E cosa dire del giovine, già coltissimo, onnivoro musicomane - papà jazzista professionista e mamma titolare di un negozio di dischi - che scartavetrava per troppo amore il proprio mito Motown, e oggi fa i dischi con il maestro di New Orleans, Allen Toussaint, e l'hip hop alternativo The Roots? Riavvolgendo il nastro di Elvis vien da pensare che magari, quando oggi ricorda la furibonda scazzottata con Stephen Stills all’Holiday Inn di Colombus, Ohio, nel 1979, quando intraprese il suo primo tour USA, si vergogna un po’ o almeno se ne dispiace. Se le diedero di santa ragione. Il texano già superstar provocò verbalmente quel debuttante incazzato duro con (quasi) tutti e tutto che non aveva paura di nulla, sostenendo la superiorità dei musici americani su quelli di sua maestà. A Costello, assai più che alticcio, bastò e avanzò per scatenare la rissa in cui finirono coinvolti boss e rispettivi seguiti. Sui pochissimo credibili insulti razzisti - anzi nulla, per quanto strombazzati dalla stampa locale - spediti nell’occasione da Elvis a Ray Charles e altri maestri in black, scesero già all’epoca trilioni di dubbi. E lì son rimasti. Mentre a ricordare di quale luce brillasse già allora l’amore di Elvis per jazz, Nashville, Beach Boys, bluegrass e Dylan, scappa oggi sinceramente da ridere.

Tutte le musiche del mondo. Quella rabbia furente di fragilissimo, insicuro giovanotto che pretendeva che il mondo pagasse alla svelta dazio al suo talento, Costello l’ha saputa sublimare, come un favoloso alchimista, nella pietra filosofale su cui ha costruito la sua carriera di artista fra i più dotati, coraggiosi e prodighi di sempre. Perché alla fine, per quanto “Macca” abbia seminato in quasi tutte le sconfinate praterie della musica di consumo (beat, punk, rock, reggae, soul, pop, ma persino sinfonica e da camera: i dischi col Brodsky, i cinque per la Deutsche Grammophon, fra cui quelli con la London Simphony Orchestra e Anne Sophie von Otter), il suo era e resta una dimensione in cui il rock è certo questione stilistica ma, come per il blues, suo padre e madre, soprattutto una disposizione d’animo, una vera e propria concezione del mondo.

Un onnivoro, appassionato filologo. Ormai dominante e pigramente inerziale, la logica di anniversari e ricorrenze come motori di produzione culturale regala però, a volte, l’occasione per riflettere più a fondo su una carriera o movimento, che vola oltre gli obblighi di bilancio di un’industria da tempo a corto di idee. Com’è accaduto, limitandoci alla musica, col prepotente affermarsi di un copia-e-incolla che azzera identità e omologa intenzioni in nome di un eclettismo un tanto al chilo e di certo non nuovo: valgano per tutti i plurisecolari “furti” della classica alla musica popolare, quelli del jazz da canzoni e musical. Del meglio di questo eclettismo - l’accrescersi di nuove possibilità e conoscenze dalle quali talento, consapevolezza, lavoro e senso del rischio possono estrarre fenomenali cortocircuiti - Costello è incarnazione ideale. Un enciclopedista-archivista di rara curiosità e sapienza, un filologo insaziabile, rigorosissimo e mai pedante che di quei cortocircuiti ha fatto non solo la materia prima per nutrire una scrittura come poche cangiante e l’adamantina vena melodica, ma pure un fulgido contributo, anche intellettuale, alla elaborazione di un autentico repertorio rock. Come inconfutabilmente dimostrato dal suo lavoro sulle cover, mai belletti e lustrini per coprire crisi d’ispirazione ma autentiche, rispettose, liberissime appropriazioni di lavori altrui. Che la voce di Elvis, tornita com’è nel pathos più sincero e in una grana nasale, calda e spessa, e la sua chitarra scarna e affilata, finiscono di trasformare in qualcosa di soltanto suo. Chiarendo una volta per tutte che i concetti di interprete, interpretazione e repertorio possono - devono - avere un senso alto e sistematico anche nel rock.

Una factory in odor di perfezione. Ed ecco allora il miracoloso florilegio country di Almost Blue (1981) inciso a sorpresa a Nashville durante il tour della pace con gli Usa; il felice carosello di perle pop e rock di Kojak Variety (1995); il "Costello Show” che nel 1987 (non lontano dai concerti in cui Liszt suonava i brani scelti dal pubblico pescando in un orcio i biglietti coi titoli messi dal maestro) gira il mondo affidando a una “ruota della fortuna” da fiera paesana la scelta della scaletta (fra pezzi di Prince, Tom Petty, Beatles, Dylan, Stones, Beach Boys e - addirittura - gli Abba); le antologie meticolosissimamente da lui curate e puntualmente ricche di inediti, rarità e alternate take, come pure di pregevoli ninnoli e copertine. Piccola, questa, ma ugualmente indicativa anticipazione della gadgettizzazione oggi dilagante fino alla ridicolaggine, che nel mondo di Elvis ha invece natura squisitamente amorosa. Incurante di tempi e modi del mercato, Costello è, come Neil Young, capacissimo di far uscire pezzi custoditi dieci o vent’anni fra le cose più care, purché rispondano alla sua visione, all’urgenza espressiva del momento. Coi suoi non è diverso, fino al punto d’essersi creato nei decenni una factory in odor di perfezione, il cui cielo è acceso da stelle che, pur andando e venendo, si posson considerare fisse: il prodigioso pianoforte di Steve Nieve, con la famiglia Attractions o da solo col boss (memorabile il loro quintuplo live del 1996), Nick Lowe, produttore imprescindibile e amico della prima ora, Geoff Emerick, il mago del suono al centro di tanti capolavori. Un tutt’uno nel tempo, all’occorrenza aggiornato con altri splendidi ingegni, T-Bone Burnett e Marc Ribot per esempio, link per l’universo waitsiano di cui il Nostro s’è sempre mostrato profondamente innamorato.

Bebe, tu m’hai rubato il cuore. Vale lo stesso per le collaborazioni, ricercate, lontano anni luce dagli poveri ectoplasmi promozionali delle comparsate, sulla lucente strada delle affinità elettive con identico anelito creativo e grandi antenne di sapientissimo, demiurgico gioielliere di canzoni: Bill Frisell, Roger McGuinn, Bacharach, Paul McCartney, Johnny Cash, Chrissie Hynde, Buell Neidlinger (il cui contrabbasso è stato a fianco di jazzisti come Cecil Taylor, Steve Lacy, Archie Shepp ma anche di giganti della contemporaneità come John Cage e Mauricio Kagel), Daryl Hall, Chet Baker, Robert Wyatt, Mitchell Froom (Del Fuegos), David Hidalgo (Los Lobos). Un’anti star assoluta Costello: droghe, auto, ville, esagerazioni varie e gossip relazionali dalle sue parti ce ne son sempre stati pochi o punti. Tranne che durante il regno dell’universalmente venerata Bebe Buell, modella e groupie già compagna di Steve Tyler (è la mamma di Liv) e Todd Rundgreen. Dal quale tornerà nel 1984 dopo averlo lasciato nel 1978 per Elvis, cui ha fatto intanto a pezzi il cuore. A parte Mary Burgoyne, la prima fra 1974 e il 1984, “Macca” nella musica ha trovato pure le mogli: Cat O’Riordan, la seconda conosciuta mentre produceva i Pogues di cui lei era la bassista, e l’attuale, Diana Krall, raffinata e vendutissima jazz singer. Con la quale il nostro eroe pare aver finalmente trovato la pace.

E ora avanti con Dylan. Prossima fermata per Costello i New Basement Tapes, ovvero il disco, atteso a novembre, voluto dall’amico Burnett per mettere in musica i testi di Dylan rimasti fuori dal cult uscito nel 1975 ma registrato però otto anni prima con la Band nelle campagne di Woodstock, durante la convalescenza dell’Uomo di Duluth dal leggendario e a tutt’oggi arcano incidente in moto. Ognuno dei convocati porterà le partiture che ha scritto per i testi che si è scelto: insieme le registreranno sotto l’occhio vigile e capace di T-Bone che produce. Gran bel modo di festeggiare i primi sessant’anni per un dylaniano devotissimo come l’ex tipaccio dalla “gioventù brutale”. La cui odierna saggezza invita i nuovi compagni d'avventura a fare attenzione: "Ci sono alcune trappole da evitare, una è andare indietro nel tempo, la seconda essere intimiditi da quel capolavoro, la terza pensare che siamo Bob e The Band, perché non lo siamo”.

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La Repubblica, August 25, 2014


Paolo Russo profiles Elvis Costello on the occasion of his 60th birthday.

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Photo credit Iguana Press/Roberto Serra

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