Rockol, July 2, 2010

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Elvis Costello in Italia: 'Con una band bluegrass che suona rock'n'roll'


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Noi, fan e giornalisti, siamo ancora fermi a quel “Secret, profane and sugarcane” uscito poco più di un anno fa. Lui, Elvis Costello, è già molto oltre: visibilmente eccitato da un nuovo disco che dovrebbe uscire in autunno, forse il 5 ottobre, di nuovo con T Bone Burnett alla console (“Il titolo? Non lo so ancora. Quello che circola su Internet – “American ransom”, ndr – non è corretto”) e di cui già fornisce anticipazione in concerto, da solo o con i Sugarcanes alias Jerry Douglas, Jim Lauderdale, Dennis Crouch, Mike Compton, Stuart Duncan e Jeff Taylor, la stessa formazione con cui si esibirà il 15 luglio al Palazzo Te di Mantova e il 18 luglio alla Villa Adriana di Tivoli.

“E’ vero, è passato solo un anno dalla pubblicazione del disco precedente ma a me sembra molto di più. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo fatto molti concerti e il sound del gruppo è cambiato. Da ‘Secret, profane and sugarcane’ ora riprendiamo solo qualche pezzo”. E il resto? “Eseguiamo qualche cover (per esempio: l'hit di Elvis Presley “Mistery train” e “Friend of the devil” dei Grateful Dead, ndr), abbiamo aggiunto qualche brano nuovo (le cronache americane segnalano titoli come “Jimmy standing in the rain” e “Slow drag with Josephine”) e riarrangiato il mio vecchio repertorio. Chi verrà a vederci avrà delle sorprese: senza batteria, e con una formazione composta da chitarre, dobro, mandolino, violino, fisarmonica e contrabbasso è facile scambiarci per un gruppo bluegrass. Invece suoniamo più come una rock’n’roll band, il sound è molto ritmico ed elettrizzante. I musicisti che mi accompagnano sono tutti virtuosi, mi spingono a cantare vecchie canzoni come ‘Everyday I write the book’ e ‘(The angels wanna wear my) Red shoes’ in modo completamente diverso da prima. E’ come se quei pezzi assumessero una nuova vita: per me, e auspicabilmente anche per il pubblico. Sul palco sono preso da un senso di euforia, mi faccio trasportare. Di sera in sera cambiamo il repertorio, la scaletta si modifica in funzione dell’ambiente e dell’atmosfera che si crea in sala. Oggi ho la fortuna di potermi esibire in tanti contesti diversi: ci sono gli Imposters e ci sono di tanto in tanto i concerti con l’orchestra, i Sugarcanes sono una variante in più”.

L’amore per il country e per la musica americana, per Elvis, risale a tempi non sospetti: tanto da ricorrere al suono indolente delle steel guitars già all’epoca del primo album “My aim is true” (1977), in piena tempesta punk e new wave… “Già, anche se allora le utilizzavo in un contesto rock, accanto ad arrangiamenti più ritmici. Mi piacciono tutti gli strumenti, purché servano a creare il feeling giusto per la musica, l’atmosfera più adatta a ciò che voglio raccontare. Nel 1981 feci un album delle mie canzoni country preferite, ‘Almost blue’ ispirandomi in parte a ciò che aveva fatto Gram Parsons ma anche alle cover registrate da Aretha Franklin. Allora capii che quel che conta nella musica è l’anima, non il genere musicale. Si tratti di country o di r&b, di ballads, di blues o di rock’n’roll. Dunque, non condivido l’opinione di chi oggi mi apparenta agli artisti di genere “Americana”. Io sono inglese, e gli strumenti che trovi nel folklore americano appartengono anche alla tradizione britannica e di altri Paesi d’Europa; sono arrivati nel Nuovo Mondo grazie ai movimenti migratori. Certe melodie vecchie di centinaia di anni e certe antiche ballate resistono nel tempo perché raccontano sostanzialmente l’essenza dell’esperienza umana. Per quanto oggi le nostre vite siano diverse da allora, certe cose non cambiano: si canta ancora di sentimenti come il desiderio o il senso di perdita, si fa musica con intenti celebrativi. Detto questo, quel che cerco di fare è di creare ogni volta una canzone nuova, non di riportarne in vita una antica. Quando adotti una forma o uno stile preesistente lo fai per raccontare una storia che hai creato tu. Molte delle canzoni che scrivo oggi, credo, pescano dal passato così come dall’attualità, cose che sono accadute o che stanno succedendo ora. Come qualunque altro autore di canzoni, regista o romanziere scelgo di ambientare le mie storie di volta in volta in diversi ambiti spaziotemporali: esplicitamente, o suggerendoli all’ascoltatore per mezzo di determinate parole o di certe sonorità”. Salta ancora fuori nella musica, questa sua “inglesità”? “Dipende dalle circostanze, sono almeno vent’anni che non vivo nel mio Paese (oggi, con la moglie Diana Krall, risiede principalmente a New York). Dunque l’Inghilterra non è ciò che mi trovo davanti quando apro la porta di casa, è più presente nella mia immaginazione che nel mio vissuto quotidiano. Viaggio molto, e questo probabilmente contribuisce a darmi una prospettiva diversa sulle cose”.

Il nuovo album, par di capire, sarà molto più eterogeneo ed ecumenico: “Sì, mette meglio a frutto il rapporto che si è creato con questi musicisti, stavolta i Sugarcanes suonano insieme ad alcuni membri degli Imposters, diversi gruppi di strumentisti si avvicendano nel corso dell’album. Alcuni pezzi sono accompagnati da un’intera band completa di batteria, altri solo da una chitarra acustica e da un basso, in altri ancora abbiamo usato una sezione fiati di quattro elementi. E’ un disco meno specificamente legato a un genere musicale, ha uno spettro dinamico molto più ampio del precedente”. E i live della serie “Costello show”? “Con quelli non c’entro nulla. E’ la casa discografica, la Universal, a fare tutto. Hanno pubblicato due buoni show ma non capisco perché continuino a riciclare solo il mio primo repertorio, come se la mia carriera fosse finita dopo i primi due anni… Sarebbe molto più interessante se variassero un po’ la scelta”.

Lo mettono a disagio, quelle vecchie canzoni? “Fortunatamente no. Certe cose – non tutte – che ho scritto quando avevo poco più di vent’anni suonano ancora sincere alle mie orecchie, le posso ricantare senza provare imbarazzo. Mi fa piacere che abbiano avuto un ruolo importante nella vita di altre persone. Ma il mio compito è di andare avanti, di scrivere sempre qualcosa di nuovo. Sono pochi, in fondo, i musicisti pop che hanno prodotto le cose migliori in giovanissima età. Guarda Bob Dylan: ha scritto cose brillanti quand’era ancora un teen ager, è vero, ma le cose più apprezzate hanno cominciato ad arrivare quando è diventato un giovane adulto, tra i 25 e i 26 anni. E ancora oggi procede su quello standard…Non ci sono regole, certo è che nella musica classica e nel cinema, ma anche nelle scienze o nella medicina si ritiene che i professionisti migliorino con il passare dell’età. Non si vede perché la stessa cosa non possa succedere nella pop music. Si tratta di imparare dal tempo che passa, di non fingere di essere giovani per sempre e di trovare un punto di equilibrio: crescendo si corre il rischio di diventare cinici e autocompiaciuti, ma si ha anche l’occasione di sfruttare l’esperienza acquisita”.

Quel tipo d’esperienza che oggi permette a Costello di riciclarsi anche come abile intervistatore e intrattenitore televisivo, con uno show televisivo (recentemente documentato anche in Dvd) come “Spectacle”, riuscitissimo connubio di musica e parole. Un’esperienza destinata a ripetersi? “E’ stata una fortuna e un privilegio, che tutti quei grandi artisti abbiano trovato il tempo e la voglia di partecipare a un piccolo show come il nostro. La loro presenza mi ha permesso di invitare anche musicisti meno noti ma che mi stanno particolarmente a cuore.Non essendo un giornalista o un presentatore professionista ho scelto sempre interlocutori che stimolavano la mia curiosità, indipendentemente dal grado di conoscenza che avevo nei loro confronti: abbiamo avuto Smokey Robinson e Bruce Springsteen ma anche Jennie Lewis, Jesse Winchester e John Prine, un bel contrasto di stili. Stiamo cercando di pianificare la terza stagione, ma è difficile, dobbiamo trovare i musicisti e gli studi televisivi, far coincidere i nostri programmi con le agende degli ospiti. Ci sono un sacco di problemi da risolvere prima di poter rimettere in piedi lo show. Abbiamo molte idee, ma si tratta di vedere se possano concretizzarsi nei limiti di tempo e di budget che abbiamo a disposizione: come tutti, ovviamente, anche noi non abbiamo risorse infinite a disposizione”.

E’ l’ora dei saluti, e dell’arrivederci all’Italia, con un’ultima curiosità. Dopo avere scoperto Mina (ricordate il “sample” sul disco “When I was cruel”, 2002?) e avere collaborato con Zucchero, ha trovato qualche altra cosa di suo gradimento, Elvis, nel panorama pop nostrano? “Mi piace molto Carmen Consoli: l’ho vista dal vivo un paio d’anni fa a New York, interpretava canzoni basate sul folk siciliano. Intrigante, com’è sempre la musica che utilizza ritmi, colori, strumentazioni, armonie e mood diversi da quelli a cui siamo abituati, producendo un’intensità che a volte il rock elettrificato fatica a raggiungere. Ho pensato che in fondo non era una cosa molto diversa da quel che faccio io, oggi che uso gli strumenti della tradizione americana per raccontare le mie storie”.

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Rockol, July 2, 2010


Rockol interviews Elvis and previews Elvis and the Sugarcanes on Thursday July 15, 2010 at Palazzo Te, Mantua, Italy and on Sunday, July 18, 2010 at Hadrian's Villa, Tivoli, Italy. The first of these two shows was subsequently cancelled.

Images

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Photo Credit: Marco Annunziata.


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