Rockol, March 11, 2014

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Steve Nieve (Imposters) e i suoi molto amici: 'La musica è un giocattolo'


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   Alfredo Marziano

Non è solo Bruce Springsteen a poter vantare un "Professor" come compagno musicale. Come Roy Bittan, anche Steve Nieve, insostituibile braccio destro di Elvis Costello, è un maestro indiscusso del pianoforte (e della tastiera) rock: un enciclopedico mosso da insaziabile curiosità, un tuttofare indaffaratissimo e un musicista di solidissimi studi classici che si diverte a folleggiare tra organi Vox anni Sessanta e theremin, e che con le sue tastiere ha marchiato in modo inconfondibile il suono degli Attractions e poi degli Imposters. Ogni tanto incide anche album in proprio e quest'ultimo, "ToGetHer", è uno dei più ricchi e ambiziosi della collana grazie alla partecipazione di amici come Sting e il figlio Joe Sumner, Harper Simon, Robert Wyatt, Laurie Anderson e Vanessa Paradis. Oltre, ovviamente, a Costello e alla compagna francese di Nieve (vero nome Steven Nason), Muriel Téodori.

"ToGetHer" non sembra il disco di un pianista/tastierista in libera uscita come certe tue cose del passato. Suona piuttosto come una raccolta di vere canzoni scritte da un musicista/compositore. E' così che volevi che fosse? E che cosa tiene insieme brani così eterogenei?

Sì, era esattamente quella la mia intenzione. Il filo che tiene insieme il tutto è il forte legame che esiste tra me e tutti gli ospiti del disco. In qualche modo avevo già lavorato con tutti i meravigliosi musicisti che vi hanno preso parte, e questo è il motivo per cui li ho invitati alle sedute di registrazione. Avevo suonato la loro musica, in passato, e ci conoscevamo bene. Poi, grazie anche alla mia compagna Muriel, ci siamo tenuti in contatto e abbiamo condiviso dei bei momenti al di là degli impegni di lavoro: col tempo abbiamo finito per conoscerci ancora meglio. E quando mi sono fatto avanti per chiedergli di cantare una delle mie canzoni e di duettare con me ho ricevuto una serie di sì incondizionati. E' stato un momento magico. Anche se ci conoscevamo già tutti quei sì hanno rappresentato per me una bella sorpresa.

In questo disco sfoggi gusti musicali molto eterogenei. Classica, power pop, AOR, ballate, rock and roll. Fanno parte del tuo background e della tua attuale dieta musicale, tutti quei generi?

Ascolto un sacco di musica, e dei generi più diversi. Questo non significa che apprezzi ogni cosa che mi capita di sentire, anzi sono piuttosto selettivo e schizzinoso. Ma la professione del musicista consiste anche nell'ascoltare. E mi piace anche leggere di musica: attualmente sono assorbito da 'Come funziona la musica' di David Byrne, e il tutto è nato dopo che sono andato a vederlo suonare con Annie Clark, un magnifico concerto. Amo profondamente la musica di St Vincent e i suoi testi. Buffo che sia stata lei a portarmi verso David Byrne, vero? Tutti gli artisti presenti nel mio disco sono grandi appassionati di musica, e la musica è un'avventura: più te ne fai coinvolgere, come esecutore e ascoltatore, più il viaggio diventa appprofondito. Attualmente mi piace molto quel che fa Nils Frahm, sono stato a Tubinga per ascoltarlo suonare il pianoforte più alto del mondo. L'ha costruito David Klavins: in quell'occasione ho incontrato anche lui e ora, su suo invito, ho in programma un concerto per "tall piano" il prossimo 11 ottobre. Sono cresciuto in una famiglia in cui la musica era molto importante. Una delle mie sorelle suonava il violoncello e uno dei miei fratelli suonava il trombone. Un altro era nato con gravissimi problemi di udito e questo ci ha fatto vedere la musica in una prospettiva diversa. Mia madre mi ha insegnato a suonare il piano quando avevo quattro anni, e i miei genitori avevano gusti eclettici: in casa c'erano album di tutti i tipi, sinfonie di Bruckner e Bob Marley, Stan Kenton e la sua Big Band vicino a "Switched on Bach" e ai dischi che riproducono il suono degli organi meccanici a vapore, Ella Fitzgerald accanto a Cliff Richard. Ho avuto una strana educazione musicale: lezioni molto rigorose di piano, cori ecclesiastici...ero organista in chiesa e capocoro quando avevo sedici anni. E poi ho deciso che volevo darmi al rock!

Appunto: com'è successo che un musicista di formazione classica come te è finito a suonare in un gruppo rock degli anni Settanta? Come hai trovato posto negli Attractions e come ti sei guadagnato il soprannome Nieve?

Il mio desiderio di suonare in un gruppo pop è nato quando ho ascoltato cosa faceva John Lennon dopo avere lasciato i Beatles. Il primo album della Plastic Ono Band: bei pianoforti, belle chitarre, canzoni commoventi. Era il mio guru, assieme a Frank Zappa e a David Bowie. Ero incappato in Elvis a un concerto dei Clash e poco dopo lui mi invitò a suonare su "Watching the detectives", il primo disco che abbiamo registrato insieme e che impresse il marchio del mio organo Vox Jaguar sul sound di Costello: da lì è nato tutto il resto. Il nome "Naive" me lo affibbiarono durante il tour della Stiff, eravamo una mezza dozzina di band inglesi insieme on the road e sullo stesso tour bus. Fu Ian Dury o Bruce Thomas a chiamarmi così, e ai tempi la cosa corrispondeva a verità. Il nome mi piace più oggi di allora: sul bus ero il più giovane di tutti e io lo storpiavo in "Nieve" perché mi ricordava il marchio Neve che vedevo in tutte le console di registrazione dei migliori studi in cui andavamo. Tra l'altro anche questo disco è stato registrato con un banco Neve...

Parlami della tua predilezione per le canzoni in lingua francese. Anche Robert Wyatt canta in quella lingua, su "ToGetHer", e tra i tuoi ospiti ci sono diversi cantanti transalpini. So che oggi vivi in Francia con Muriel Téodori, ma a quando risale questa passione?

Nel 1987, per il mio album "Playboy", avevo composto uno strumentale al pianoforte intitolato "A walk in Monet's back garden". E credo che il mio amore per la canzone francese sia decollato quando ho visto e ascoltato il capolavoro cinematografico e operistico "Une chambre en ville" di Jacques Demy. Da teenager ho studiato e adorato la musica pianistica di Debussy e Satie. E se osservi da vicino cosa accade nelle orchestrazioni di Ravel ti rendi conto che si tratta di genio puro, forse il più intelligente orchestratore di tutti i tempi. Faure, Bizet, Berlioz, Messiaen...amo i compositori francesi, ognuno di loro ha scritto brani straordinari. E poi c'è il cinema della Nouvelle Vague, una presenza e un'influenza molto importante durante i miei anni studenteschi. Io e i miei amici ascoltavamo molto Serge Gainsbourg, e poi c'è la cosa più importante: la scoperta del sesso e delle ragazze portava spontaneamente i ragazzi inglesi in direzione della Francia... Amo anche la letteratura francese, e leggo quei libri bilingue con il testo originale a destra e la traduzione a sinistra. Quando sono venuto a vivere in Francia ho divorato le opere di Baudelaire, di Jean-Paul Sartre, di Georges Bataille, di Louis Aragon. Soprattutto scrittori del ventesimo secolo, e intanto vivevo della musica di Léo Ferré. Jean Luc Godard mi impressionò fortemente, in particolare "Le mepris" con la magnifica colonna sonora di Delerue. E' stata una bella sfida, per un giovane uomo di Dartford, trovare il coraggio di farsi avanti e cercare di sedurre una signora parigina, la mia personale "femme fatale". Incontrare Muriel Téodori nel 1993 mi ha indotto all'azione. E' stata lei a spingermi ad approfondire ulteriormente la cultura francese, a erudirmi sul jazz: tutto questo non sarebbe mai accaduto se non fosse stato per Muriel. Così mi sono trovato a collaborare con Alain Chamfort, andando a suonare in ogni angolo di Francia. Muriel è stata la metteur en scene per il nostro concerto "Chansons à quatre mains". E' lì che la mia French Connection ha davvero avuto inizio.

Avevi qualche modello o qualche punto di riferimento musicale in mente mentre scrivevi le canzoni del nuovo disco? O sono stati i tuoi partner musicali a ispirarti? Hai scritto tu i testi?

Ho cominciato a scrivere canzoni quando frequentavo il liceo e non ho mai smesso perché è terapeutico e mi aiuta ad affrontare la vita di tutti i giorni. Incontrare Costello mi ha obbligato a mettere in prospettiva i miei sforzi. Poco dopo ho incontrato altri e diversi maestri nella scrittura di testi. Gente come Brian Eno, per esempio: scrittori molto diversi da Elvis, minimalisti e impressionisti. Ho scoperto Robert Wyatt e le sue superbe composizioni quando ho suonato sulla sua registrazione di "Shipbulding", e da quel momento ho cominciato ad ascoltare la sua intera produzione. In Francia ho incontrato e fatto amicizia con diversi grandi autori di canzoni. L'opera di Alain Souchon è straordinaria, poesia davvero sublime. Alain Bashung è stato un altro maestro delle liriche, capace di giocare meravigliosamente con il suono delle parole. Mi manca. Attraverso Laurie (Anderson), che nelle sue canzoni narra storie intricate usando voci altrettanto intricate, ho incontrato Lou Reed, lui pure un maestro della composizione che avevo ascoltato molto quand'ero adolescente. Anche Lou mi manca.

Ci sono artisti molto famosi e altri meno, tra i vocalist di "ToGetHer", musicisti della tua età e talenti di un'altra generazione come i figli di Sting e di Paul Simon. E' stato facile trovare un linguaggio comune con loro com'è lo è stato, ad esempio, con gente come Glenn Tilbrook e Ron Sexsmith?

Da tutti gli artisti che hanno collaborato a "ToGetHer" ho ricevuto bellissimi doni musicali. Oltre a cantare meravigliosamente, Glenn, Laurie, Joe (Sumner) e Tall (Ulyss) hanno anche suonato qualche strumento. Abbiamo registrato in studi costosi e molto bene attrezzati, ma anche in appartamenti e stanze d'albergo. In ogni momento si è sviluppato un dialogo, una comunicazione, che abbiamo sviluppato con lentezza, senza fretta o una scadenza da rispettare. Io e Muriel abbiamo prodotto il disco con gentilezza, lasciando alle cose il tempo di evolvere. Joe è venuto a Parigi e ci è rimasto per un po', insieme abbiamo anche fatto qualche concerto: uno proprio in città, al New Morning, e l'altro al Monte Fuji per il Japan Fuji Rock. Anche Glenn ha suonato dal vivo con noi: io, Tall e il fantastico chitarrista François Poggio, che suona nel gruppo di Lou Doillon, lo abbiamo raggiunto in un rock club di Tokyo. Le scene di questo disco sono ambientate a Montauk, a Sienna, a Hollywood, a Nottonville, a Cambridge, a Marrakech. Fare questo album è stato un viaggio intorno al mondo, molto eccitante. Prima di invitare i nostri amici abbiamo inciso le nostre versioni delle canzoni, dei provini cantati da Muriel e da Tall. Quando si è trattato di incidere le versioni definitive è capitato di dovere cambiare tonalità, e spesso l'interprete ha spinto la canzone verso un tempo differente regalando alla musica una nuova energia. Glenn è venuto a Parigi per registrare "Conversation", ha suonato il basso e ha dato alcune ottime idee a Tall per la parte di batteria: le interazioni tra i nostri ospiti hanno cominciato a dare una forma diversa alle cose. Le idee che ho raccolto da giovani artisti come Tall, Joe e Harper (Simon) erano molto fresche e hanno dato al disco una forza maggiore. Un album è un essere vivente, specialmente se vi partecipa un cast numeroso di artisti creativi ed estremamente comunicativi come i miei amici.

Il duetto piano/voce è un "format" musicale che hai rodato negli anni suonando in studio e dal vivo con Elvis Costello. Come definiresti l'alchimia che esiste tra voi due?

Come una cosa in evoluzione...La musica è come un giocattolo nelle mani di un bambino. Se ti piace lo maltratti e lo usi fino allo sfinimento: per quanto frusto, di solito continua a piacerti, e se lo riprendi in mano dopo tanto tempo si rimette a funzionare come prima. "Shot with his own gun" è stato il primo di quei duetti, mentre "Tender moment", il pezzo che abbiamo inciso insieme per questo disco, a metà ha un vero cambio di marcia nella parte pianistica mentre il testo, la melodia e il cantato mantengono l'atmosfera. Elvis ha la voce più commovente che abbia mai ascoltato. Sono convinto che questo non sarà l'ultimo dei nostri duetti.

Com'è nata e ha preso forma "Tender moment"?

Ha avuto origine dallo stesso seme di "Conversation", che ho registrato con Vanessa Paradis. Parla di ciò che resta non detto. Che vorrebbe essere espresso ma non può esserlo, per vari motivi più o meno diretti o complicati.

Insieme avete anche scritto "You lie sweetly", la canzone cantata da Sting...

A dire la verità io avevo composto un enorme libro musicale, una collezione di canzoni in attesa di parole che si intitola "Correspondence". Il mio vano intento era di gettare un ponte tra un autore francese di canzoni che adoro e di cui non farò il nome e il mio amico Elvis: potenzialmente, si trattava di un ciclo di canzoni bilingue. Nell'arco di un mese Elvis mi ha restituito i testi di "You lie sweetly", di "Lesson in cruelty" e di "Passionate fight". L'autore francese non ha ancora risposto; da allora "Correspondence" è cresciuto un po' e ora devo gettare il mio ponte musicale da qualche altra parte. Ma quella è un'altra storia...

Come e quando hai conosciuto artisti come Sting, Laurie Anderson e Vanessa Paradis?

Sono stati loro a contattarmi per primi, e come ti ho detto con ognuno degli ospiti del disco avevo già lavorato in passato: avevamo già una storia comune. Laurie Anderson mi aveva invitato in Germania a suonare in un festival chiamato Century of Song, e per chiudere quel concerto avevamo cantato in duetto "Perfect day" di Lou Reed. Approfondendo la conoscenza di Laurie scoprii che, con Lou, era solita trascorrere le vacanze in un'area di campagna piuttosto selvaggia che io e Muriel andavamo spesso a perlustrare; cosicché cominciammo a vederci più spesso, a organizzare dei picnic notturni sulla spiaggia intorno a un falò, a nuotare insieme, a visitare mostre e ad assistere a performance artitiche...alla fine scrissi "Vertigo" come un duetto, avendo in testa la meravigliosa capacità di narrazione di Laurie. Con Vanessa è andata in modo analogo: ero stato il suo direttore musicale e arrangiatore durante il tour di "Bliss", ci siamo tenuti in contatto e l'ultima volta che sono passato da Hollywood l'ho invitata a girare lo Spinning Songbook, la nostra ruota della fortuna, sul palco con Elvis e gli Imposters. In quella occasione ha cantato "This will be our year" di Chris White degli Zombies, oltre al ritornello di "Alison" in francese. Scrivere "Conversation" è stato in gran parte frutto del mio incontro con lei, e sono rimasto profondamente colpito dal fatto che le sia piaciuta e abbia voluto cantarla: l'abbiamo registrata a Hollywood. Quasi tutti i cantanti maschi presenti in "ToGetHer" avevano partecipato a "Welcome to the Voice", uno spettacolo di cui io avevo scritto le musiche e Muriel le parole e che avevamo messo in scena inzialmente a New York. Lì incontrammo Ron Sexsmith, un artista dotato di un'anima e di una grande voce soul, mentre al Théâtre du Châtelet Theatre avemmo il nostro primo incontro con Joe Sumner. Quanto a Harper Simon, avevo suonato le tastiere nel suo eccellente primo album a Los Angeles, e ci eravamo ritrovati a Parigi quando era venuto a cantare nel programma televisivo Taratata. Anche Sting e Robert Wyatt avevano lavorato con me e Barbara Bonney alle registrazioni di "Welcome to the voice" per la Deutsche Grammophon, ma ci conoscevamo già da prima.

In "Conversation", il pezzo con Vanessa Paradis, il timbro del tuo organo è inconfondibile. L'hai trovato per caso, quel suono così garage e anni Sessanta, o lo hai cercato dall'inizio come un omaggio a uno specifico periodo della storia del rock?

La prima tastiera portatile di cui entrai in possesso era un organo Vox Jaguar a un solo manuale. Lo acquistai quando avevo sedici anni e di lì a poco cominciai a suonare con diverse band locali di Bexleyheath, il posto in cui vivevo. Quel suono non è nato per caso, amavo il suond dell'organo a transistor sui dischi del Sir Douglas Quintet, degli Animals, dei Doors, di Question Mark & the Mysterians. Oltre tutto gli organi Vox venivano costruiti in una fabbrica di Dartford, vicino a casa mia. Non ho mai abbandonato quel sound e sento di avere ancora qualcosa da dire in quel campo. Lo adoro.

Nel disco c'è anche una canzone cantata da te...

"Life preserver" sta nel cuore dell'album. E' una canzone molto personale, e per questo ho deciso di cantarla da solo chiedendo poi a Victoria Station e a Glenn Tilbrook di aggiungere delle fantastiche armonie vocali nel ritornello. Nasce dall'idea che le canzoni ci salvino la vita. Senza di loro io annegherei di sicuro: sono un salvagente, di qui il titolo.

Le proporrai anche dal vivo, queste canzoni, con alcuni dei cantanti che hanno partecipato al disco? Sono destinate al palco, o "ToGetHer" rimarrà un progetto di studio?

Ho in programma di organizzare alcuni eventi a Londra, a Parigi, a New York. Sicuramente ci vorrà del tempo, per trovare il momento giusto con così tanti ospiti importanti, ma mi piacerebbe farlo. Vorrei suonare al Fuji Rock Festival, quest'anno, e proporre il maggior numero possibile di canzoni da "ToGetHer". Al momento ho pianificato di invitare Joe Sumner e Tall Ulyss, e forse anche Glenn Tilbrook sarà con noi. O magari anche Ron, Harper o Vanessa...chissà che cosa ci riserva il futuro.

Altri programmi in cantiere? C'è qualcosa in vista con Costello, con gli Imposters o sotto altre forme?

Per quanto mi riguarda, il prossimo disco sarà una registrazione per piano solo dei miei motivi preferiti di Elvis Presley. Sto anche scrivendo due opere piuttosto ambiziose e complesse: la prima è un balletto che combina musica e graffiti. Lo ha ispirato il mio amico Itvan Kebadian, la cui arte graffitara, altamente immaginativa, appare nel video di "Save the world". Ho anche composto un concerto per flauto e orchestra d'archi che mi piacerebbe eseguire in Italia perché è stato ispirato dai numerosi viaggi che ho fatto nel vostro bellissimo e affascinante Paese.

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Rockol, March 11, 2014


Alfredo Marziano interviews Steve Nieve following the release of his album ToGetHer.

Images

2014-03-11 Rockol photo 01.jpg
Photo uncredited.


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